Sergey Krikalëv è passato alla storia come “l’ultimo cittadino dell’Unione Sovietica”, protagonista di una vicenda straordinaria che ha unito scienza, geopolitica e resilienza umana. La sua storia non è solo quella di un cosmonauta, ma di un uomo che ha orbitato sopra un mondo che stava cambiando radicalmente sotto i suoi piedi — o meglio, sotto la sua navicella.
Nato il 27 agosto 1958 a Leningrado (oggi San Pietroburgo), Sergey Konstantinovič Krikalëv si laureò in ingegneria meccanica e iniziò la sua carriera presso l’Istituto Meccanico di Leningrado. La sua passione per il volo e la tecnologia lo portò a entrare nel programma spaziale sovietico nel 1985, diventando uno dei cosmonauti più promettenti della sua generazione.
Nel maggio del 1991, Krikalëv partì per la stazione spaziale Mir con la missione Sojuz TM-12, aspettandosi di rimanere in orbita per circa cinque mesi. Ma mentre lui fluttuava nello spazio, sulla Terra stava avvenendo qualcosa di epocale: il crollo dell’Unione Sovietica. Le tensioni politiche, le crisi economiche e le trasformazioni istituzionali resero impossibile organizzare il suo ritorno nei tempi previsti.
La sua permanenza nello spazio si prolungò fino a 311 giorni, rendendolo il cosmonauta con il più lungo soggiorno nello spazio fino a quel momento. Durante quei mesi, Krikalëv divenne involontariamente un simbolo della transizione storica, un uomo sospeso tra due epoche, tra due mondi: quello sovietico che lo aveva lanciato e quello russo che lo avrebbe accolto al ritorno.
La sua situazione era talmente paradossale che venne soprannominato “l’ultimo cittadino dell’URSS”. Quando partì, rappresentava una superpotenza; quando tornò, quella superpotenza non esisteva più. Il suo passaporto, la sua nazionalità, persino il suo stipendio erano diventati incerti. Eppure, Krikalëv continuò a svolgere il suo lavoro con dedizione, mantenendo operativa la stazione Mir e comunicando con la Terra attraverso radioamatori, tra cui una giovane americana che gli forniva aggiornamenti e conforto.
Il suo ritorno avvenne il 25 marzo 1992, a bordo della Sojuz TM-13. Atterrò in Kazakistan, in un paese che non era più Unione Sovietica, ma una nuova federazione di stati indipendenti. Al suo rientro, fu accolto come un eroe, ma anche come un testimone vivente di una trasformazione epocale.
Krikalëv non si fermò lì. Continuò la sua carriera spaziale, partecipando a missioni con la NASA e diventando uno dei primi cosmonauti a collaborare con gli americani sulla navetta Space Shuttle. Fu anche tra i pionieri della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), contribuendo alla sua costruzione e al suo funzionamento.
In totale, ha trascorso 803 giorni nello spazio, partecipando a sei missioni e otto attività extraveicolari (EVA), per un totale di oltre 41 ore fuori dalla navicella. Si è ritirato ufficialmente nel 2009, ma il suo nome è rimasto inciso nella storia dell’esplorazione spaziale come uno dei più grandi astronauti del nostro tempo.
La storia di Sergey Krikalëv è un esempio di perseveranza, dedizione e spirito scientifico. È la dimostrazione che, anche quando il mondo cambia radicalmente, la missione di un uomo può restare salda. E che, a volte, la vera avventura non è solo nello spazio, ma nel tempo in cui si vive.
