Veduta di un corridoio in pietra del Palazzo Ducale illuminato da luce radente; in primo piano una Bocca di Leone scolpita nella parete; sul fondo una porta socchiusa da cui entra una luce fredda; ambiente vuoto con ombre profonde e atmosfera silenziosa.
Sei in: Home » Editoriali e Storia » Tra storia e paura: Il Babau di Venezia e i tre Babaì della giustizia segreta

GidiferroTeam, 15 Giugno 2026 — Il Babau, nella tradizione italiana, è spesso ricordato come una figura usata per spaventare i bambini, un’ombra indefinita evocata per riportare ordine nelle case. A Venezia, però, questo nome ha assunto un significato molto più profondo, radicato nella storia della città e nelle sue istituzioni più temute. Qui il Babau non era soltanto un personaggio del folklore, ma un simbolo di un potere reale, concreto, capace di influenzare la vita quotidiana dei cittadini.

Nella Venezia della Serenissima, la giustizia era un sistema complesso, articolato in magistrature diverse, ciascuna con competenze specifiche. Tra queste, una in particolare si distingueva per autorità e mistero: gli Inquisitori di Stato. Erano tre, scelti tra i membri più autorevoli del governo, e il popolo li chiamava con un soprannome che diceva tutto: i Tre Babaì. Il termine, che richiama il Babau, non era casuale. Quei magistrati rappresentavano una forma di potere che agiva nell’ombra, con rapidità e discrezione, e che per questo incuteva un timore quasi ancestrale.

Gli Inquisitori di Stato avevano il compito di vigilare sulla sicurezza della Repubblica, di indagare su tradimenti, complotti, corruzione e minacce interne. La loro forza non derivava soltanto dalle leggi, ma dalla segretezza che circondava ogni loro azione. Le loro riunioni non erano pubbliche, i loro nomi non comparivano negli elenchi ufficiali e le loro decisioni venivano prese lontano dagli occhi della città. Questa distanza alimentava un’aura di leggenda che, nel tempo, si è intrecciata con il folklore.

Interno delle prigioni dei Piombi con soffitto metallico scuro; una piccola finestra lascia filtrare un fascio di luce; sulle pareti si vedono anelli e ganci storici; pavimento in pietra irregolare; ambiente stretto e privo di persone con atmosfera cupa e claustrofobica.Il popolo veneziano, abituato a vivere tra calli strette e palazzi imponenti, percepiva la presenza degli Inquisitori come qualcosa di invisibile ma costante. Bastava una denuncia anonima, un sospetto, una parola di troppo, e la macchina della giustizia segreta poteva mettersi in moto. Non era raro che qualcuno venisse convocato senza sapere il motivo, o che un’indagine si aprisse senza che nessuno ne conoscesse i dettagli. In un contesto simile, il soprannome “Babaì” diventava naturale: evocava la paura dell’ignoto, dell’imprevedibile, dell’autorità che non si vede ma che può colpire.

La figura del Babau, dunque, si trasformò. Da semplice spauracchio infantile divenne un simbolo collettivo, un modo per dare un volto alla paura della giustizia segreta. Non era più un mostro immaginario, ma una metafora di un potere reale, capace di decidere il destino delle persone con una rapidità che sfuggiva alla comprensione comune. La sovrapposizione tra folklore e istituzione creò un immaginario unico, tipicamente veneziano, in cui la leggenda si intrecciava con la storia.

La Serenissima, consapevole dell’efficacia della paura come strumento di controllo, non fece nulla per dissipare questo alone di mistero. Anzi, la segretezza degli Inquisitori contribuiva a rafforzare l’idea di uno Stato vigile, attento, pronto a intervenire in ogni momento. La popolazione, pur rispettando le istituzioni, viveva questa presenza come un’ombra costante, un richiamo alla prudenza e alla discrezione. In una città costruita sull’acqua, dove ogni voce rimbalzava tra le pietre, il silenzio diventava una forma di difesa.

Nel corso dei secoli, la figura dei Tre Babaì è stata oggetto di racconti, leggende e interpretazioni. Alcuni li descrivevano come giudici inflessibili, altri come protettori della Repubblica, altri ancora come simboli di un potere che non ammetteva repliche. La verità, come spesso accade nella storia veneziana, sta nel mezzo: erano magistrati dotati di poteri straordinari, chiamati a difendere lo Stato in un’epoca in cui la stabilità politica era un bene prezioso e fragile.

Con la caduta della Serenissima, il mito dei Tre Babaì non scomparve. Continuò a vivere nella memoria popolare, trasformandosi in un racconto tramandato di generazione in generazione. Il Babau veneziano rimase un simbolo di paura, ma anche di fascino, un frammento di un passato in cui la giustizia era un intreccio di legge, segretezza e potere. Oggi, questa storia continua a incuriosire e a sorprendere, perché mostra come il confine tra realtà e leggenda possa essere sottile, soprattutto in una città come Venezia.

Veduta notturna del Ponte dei Sospiri illuminato dalla luce lunare; l’acqua del canale riflette toni blu e grigi; le facciate in pietra sono parzialmente immerse nella nebbia; nessuna presenza umana; atmosfera silenziosa e misteriosa.Raccontare il Babau veneziano significa raccontare una parte della storia della Serenissima, fatta di istituzioni complesse, di equilibri delicati e di un rapporto particolare tra il popolo e il potere. Significa anche riconoscere come il folklore possa nascere da esperienze reali, trasformando la paura in narrazione, la giustizia in mito, la storia in memoria collettiva.

Ancora oggi, quando si parla del Babau a Venezia, non si pensa soltanto al mostro delle fiabe. Si pensa a un’epoca in cui la città era governata da uomini che agivano nell’ombra, e che per questo venivano percepiti come figure quasi sovrannaturali. È un ricordo che affascina, che inquieta e che continua a raccontare molto del carattere unico della città lagunare.

Il Babau veneziano, dunque, non è soltanto una leggenda. È un simbolo della capacità di Venezia di trasformare la storia in racconto, la paura in immaginario, la giustizia in mito. Un frammento di passato che continua a vivere, sospeso tra realtà e suggestione, proprio come la città che lo ha generato.

Un audiolibro illustrato dedicato ai più piccoli che narra la storia de “Il signor Babau”. Il racconto segue le peripezie del piccolo Tommy, un bambino a volte un po’ ribelle che, disubbidendo ai consigli della mamma, finisce per essere catturato dal misterioso e spaventoso Signor Babau, una creatura che ama mangiare i bimbi monelli per cena. Attraverso l’astuzia, dei simpatici equivoci e un pizzico di fortuna, il protagonista riuscirà a ingannare il mostro e la sua bizzarra moglie in ben due occasioni, imparando alla fine una preziosa lezione sulla prudenza. Una favola classica dal tono leggero e istruttivo, ideale per l’intrattenimento e l’ascolto dei bambini.

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Di Mario Bonesi

Mario Bonesi è fotografo e reporter, attivo nella documentazione di eventi culturali, concorsi e manifestazioni in Italia. Collabora con il team multimediale GidiferroTeam, realizzando riprese ufficiali e interviste che raccontano con professionalità e attenzione i protagonisti e le atmosfere delle serate.

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