Immagine panoramica 16:9 di trincee di alta quota sull’Ortigara, con muretti crollati e sentieri stretti tra le rocce. Nessuna presenza umana. Toni freddi e realistici.
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GidiferroTeam, 26 Giugno 2026 — La storia del Monte Ortigara è una ferita che attraversa il Novecento italiano e continua a pulsare nella memoria collettiva. In quell’estate del 1917, tra le rocce nude dell’Altopiano dei Sette Comuni, si consumò una delle battaglie più sanguinose della Prima Guerra Mondiale, un’offensiva che avrebbe segnato per sempre il destino di migliaia di giovani e il volto stesso della montagna. Ricordare l’Ortigara significa tornare a un luogo dove la natura e la tragedia umana si sono intrecciate in modo indissolubile.

Alle prime luci del 10 giugno 1917, quando l’orologio segnava le 5:15, il silenzio dell’altopiano fu spezzato da un bombardamento di artiglieria che scosse la montagna come un tuono continuo. Era il preludio dell’attacco italiano contro le posizioni austro‑ungariche, un’operazione pianificata dalla 6ª Armata del generale Ettore Mambretti. L’obiettivo era chiaro: conquistare la cima dell’Ortigara e spezzare la resistenza nemica. Ma la montagna, aspra e verticale, non avrebbe ceduto facilmente.

Il terreno dell’Ortigara era tra i più difficili dell’intero fronte alpino. Rocce affilate, creste esposte, ripari improvvisati scavati nella pietra. Le truppe italiane avanzavano in un ambiente ostile, dove ogni metro conquistato costava fatica, sangue e coraggio. Le posizioni austro‑ungariche, fortificate da mesi, dominavano dall’alto e rendevano ogni movimento un bersaglio. La battaglia si trasformò subito in un confronto impari, segnato da un sacrificio immenso.

Immagine panoramica 16:9 delle antiche linee italiane sul Monte Ortigara, con rocce calcaree, ripari in pietra e cielo nuvoloso. Nessuna persona presente. Atmosfera storica e documentaristica.Nei primi giorni dell’offensiva, reparti provenienti da tutta Italia si alternarono sulla linea del fuoco. Tra questi, la Brigata Catania e la Brigata Sassari, due unità che avrebbero lasciato sull’Ortigara una parte indelebile della loro storia. I sardi della Sassari, già noti per il loro valore, affrontarono una delle prove più dure della loro esistenza militare, subendo perdite gravissime e, in un episodio tragico, anche il fuoco amico dovuto a errori di calcolo dell’artiglieria.

La battaglia proseguì senza tregua. Il caldo del giorno e il gelo della notte si alternavano in un ritmo crudele, mentre i soldati cercavano riparo tra le rocce, spesso senza acqua, senza viveri, senza la possibilità di recuperare i feriti. Le comunicazioni erano difficili, i rifornimenti quasi impossibili. La montagna diventò un labirinto di crateri, trincee improvvisate e corpi che nessuno riusciva più a recuperare.

Il 19 giugno, dopo giorni di combattimenti estenuanti, la situazione era già drammatica. Le perdite italiane crescevano a un ritmo insostenibile, mentre le posizioni conquistate venivano spesso perse poche ore dopo. L’Ortigara si trasformò in un simbolo di resistenza e di sacrificio, ma anche di errori strategici che avrebbero segnato la memoria militare italiana. La montagna, definita in seguito “il Calvario degli Alpini”, divenne un luogo dove il coraggio individuale si scontrava con l’impossibilità materiale di avanzare.

Il 25 giugno, un contrattacco austro-ungarico riconquistò parte delle posizioni perdute, riportando la linea del fronte quasi al punto di partenza. Gli italiani, stremati, continuarono a combattere fino agli ultimi giorni del mese, ma la battaglia era ormai segnata. Il 29 giugno 1917 l’offensiva cessò definitivamente, lasciando sul terreno un numero impressionante di caduti, feriti e dispersi. Le stime parlano di circa 28.000 soldati italiani coinvolti nelle perdite, un numero che rende l’idea della portata della tragedia.

L’Ortigara divenne così “Monte Sacro della Patria”, un appellativo nato dal dolore e dal rispetto verso chi non fece ritorno. Le lettere dei soldati, le testimonianze dei superstiti e le cronache dell’epoca raccontano una battaglia combattuta in condizioni estreme, dove la volontà di avanzare si scontrava con la realtà di una montagna che sembrava respingere ogni tentativo umano. La memoria di quei giorni è rimasta impressa nelle pietre, nei sentieri, nei cippi che ancora oggi segnano il percorso verso la cima.

Negli anni successivi, l’Ortigara è diventato un luogo di pellegrinaggio civile e militare. Ogni estate, gruppi di alpini, famiglie e appassionati di storia salgono lungo i sentieri per rendere omaggio ai caduti. Non è solo un atto commemorativo, ma un modo per riconnettersi con una parte fondamentale della storia italiana, fatta di sacrificio, sofferenza e senso del dovere. La montagna, oggi silenziosa, conserva ancora l’eco di quei giorni.

Immagine panoramica 16:9 della cima del Monte Ortigara con croce commemorativa e paesaggio alpino. Nessuna persona. Stile pulito e documentaristico.Ricordare l’Ortigara significa anche riflettere sul valore della memoria. Le generazioni che non hanno vissuto la guerra hanno il compito di custodire queste storie, di trasmetterle, di impedire che il silenzio cancelli ciò che è accaduto. La storia non è solo un elenco di date e numeri, ma un insieme di vite spezzate, di famiglie segnate, di giovani che non tornarono mai a casa.

La battaglia dell’Ortigara non fu solo un episodio militare, ma un simbolo della fragilità umana di fronte alla guerra. È un monito che attraversa il tempo e che continua a parlare anche oggi, ricordandoci quanto sia preziosa la pace e quanto sia alto il prezzo pagato da chi l’ha difesa. La montagna, con la sua imponenza, resta lì a testimoniare ciò che accadde, come un custode silenzioso della memoria nazionale.

Oggi, a più di un secolo di distanza, l’Ortigara non è solo un luogo geografico, ma un capitolo della nostra identità. Salire su quella cima significa camminare accanto ai passi di chi ha combattuto, ascoltare il vento che attraversa le creste come un’eco lontana, sentire il peso della storia che ancora abita quei luoghi. È un gesto di rispetto, di consapevolezza, di gratitudine verso una generazione che ha pagato un prezzo altissimo.

Ricordare l’Ortigara significa ricordare noi stessi, la nostra storia, le nostre radici. Significa non lasciare che il sacrificio di migliaia di giovani rimanga confinato nelle pagine dei libri, ma riportarlo alla luce, raccontarlo, farlo vivere. Perché la memoria è l’unico modo per impedire che il passato si ripeta, e perché ogni nome inciso su quella montagna merita di essere ricordato.

Questo video ripercorre la tragica storia della Battaglia dell’Ortigara, avvenuta nel giugno 1917 durante la Prima Guerra Mondiale. Attraverso il racconto di Marisa Sottovia, viene analizzato il contesto bellico, noto come il “calvario degli alpini”, evidenziando le motivazioni strategiche, lo svolgimento dello scontro sul monte vicentino e le enormi perdite umane subite da entrambi gli schieramenti. Il filmato funge da monito commemorativo, sottolineando l’importanza di non dimenticare il sacrificio di tanti giovani soldati

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Di Mario Bonesi

Mario Bonesi è fotografo e reporter, attivo nella documentazione di eventi culturali, concorsi e manifestazioni in Italia. Collabora con il team multimediale GidiferroTeam, realizzando riprese ufficiali e interviste che raccontano con professionalità e attenzione i protagonisti e le atmosfere delle serate.

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