Una fotografia storica in bianco e nero che ritrae una stretta via di un borgo antico. Sulla facciata di un palazzo, un cartello in alto con un cartello artigianale segna l'ingresso discreto della casa di piacere con la scritta dipinta a mano "BROHLE". L'immagine evidenzia la privacy dei vicoli italiani e l'estetica autentica delle insegne dell'epoca prima della chiusura nel 1958.
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Per decenni, in Italia, dire “case di piacere” o “case chiuse” significava evocare un mondo parallelo: regolato dallo Stato, tollerato dalla morale pubblica, frequentato da uomini di ogni ceto sociale e, allo stesso tempo, circondato da silenzio, vergogna e ipocrisia. Un universo che è scomparso ufficialmente nel 1958, con l’entrata in vigore della legge Merlin, ma che continua a vivere nell’immaginario collettivo, nel cinema, nella letteratura e nei ricordi di chi quell’epoca l’ha sfiorata da vicino.

In questo lungo racconto ripercorriamo come nacquero, come funzionavano, quanto costavano, chi le frequentava e perché furono chiuse le case di piacere in Italia, cercando di restituire non solo i fatti, ma anche il clima umano e sociale che le circondava.

Una veduta ravvicinata di un angolo del salone con piccoli tavolini rettangolariin marmo e sedie in ferro battuto o legno intagliato. Sopra i tavolini si vedono portacenere in cristallo e bottiglie di liquore d'epoca, che testimoniano il ruolo delle case di piacere come luoghi di ritrovo sociale e conversazione. La pavimentazione a graniglia veneziana e le tappezzerie damascate sullo sfondo completano l'estetica ricercata degli interni pre-1958.Le cosiddette case di piacere erano, in termini giuridici, case di tolleranza: luoghi in cui la prostituzione era legalmente ammessa e regolamentata dallo Stato. Non si trattava di iniziative clandestine, ma di esercizi sottoposti a controlli di polizia, norme igieniche e registri sanitari.

Già nell’Ottocento, e poi durante il periodo liberale e fascista, l’idea dominante era che la prostituzione non potesse essere eliminata, ma solo “contenuta” e “disciplinata”. Da qui la scelta di concentrarla in luoghi specifici, lontani dalla vista ufficiale della “buona società”, ma perfettamente noti a chi li cercava.

Le case di piacere erano spesso collocate in vie secondarie, cortili interni, palazzi anonimi. All’esterno, nessuna insegna esplicita: al massimo una targa discreta, una luce particolare, un campanello noto agli habitué. All’interno, invece, un mondo strutturato: una tenutaria (o “maîtresse”) che gestiva la casa, le ragazze, registrate e sottoposte a visite mediche periodiche, personale di servizio (cuoca, donna delle pulizie, talvolta un portiere) e regole rigide su orari, tariffe, comportamenti.

Il cuore del sistema era la regolamentazione sanitaria e di pubblica sicurezza. Le donne che lavoravano nelle case di piacere dovevano essere iscritte in appositi registri, sottoporsi a visite mediche regolari per il controllo delle malattie veneree e rispettare orari e norme imposte dalle autorità. La polizia aveva il compito di: verificare che non vi fossero minorenni, controllare che le donne non fossero costrette con violenza (almeno sulla carta) e vigilare su eventuali disordini o scandali.

In pratica, però, il confine tra tutela e sfruttamento era spesso labile: molte donne arrivavano alle case di piacere per povertà, ricatto, mancanza di alternative, e la loro libertà reale era molto più limitata di quanto non apparisse nei regolamenti. Le descrizioni d’epoca parlano di ambienti che andavano dal modesto al quasi lussuoso: una sala d’ingresso o salottino, dove gli uomini venivano accolti, stanze arredate con letti, specchi, tende pesanti, talvolta qualche quadro, un’attenzione particolare a lenzuola pulite, acqua, sapone, elementi che venivano persino pubblicizzati come segno di “rispetto” verso il cliente.

In alcune case, soprattutto nelle grandi città, si cercava di creare un’atmosfera quasi “borghese”: lampadari, tappeti, pianoforte, conversazione. In altre, la dimensione era molto più spartana, quasi da dormitorio. Le fonti storiche e i racconti d’epoca riportano listini prezzi affissi all’interno delle case, spesso con formule curiose e allusive. In un celebre esempio, citato in ricostruzioni giornalistiche e di costume, si parlava di “spettanze per le prestazioni” con indicazioni precise su: costo della prestazione base, eventuali supplementi per servizi aggiuntivi e contributo per toilette, acqua, sapone, asciugamani (ad esempio 20 centesimi).

Le cifre variavano molto in base a: città (Roma, Milano, Napoli, Torino avevano tariffe più alte rispetto ai centri minori), livello della casa (più “rinomata” = più cara) periodo storico (inflazione, dopoguerra, ecc.). In generale, il costo era pensato per essere accessibile a un impiegato, un artigiano, un militare, magari come “strappo alla regola” del bilancio mensile, ma non proibitivo. Il cliente pagava alla tenutaria o a una persona incaricata. La somma veniva poi ripartita tra: la casa (affitto, spese, guadagno della tenutaria), la donna che aveva svolto la prestazione, spesso con una percentuale non particolarmente favorevole per lei. Questo meccanismo è uno dei punti che, più tardi, verrà criticato come forma di sfruttamento strutturale.

Le case di piacere erano frequentate da una clientela maschile estremamente variegata: studenti e militari in libera uscita, impiegati, artigiani, operai, professionisti, commercianti, notabili locali e talvolta anche politici, uomini di chiesa, figure di rilievo, che vi entravano con la stessa discrezione con cui ne uscivano.

Una prospettiva storica del corridoio interno di una casa di piacere, simile a quello di un albergo dell'epoca. L'immagine mostra una serie di porte in legno scuro rigorosamente chiuse, numerate e disposte lungo un passaggio stretto con pavimentazione in graniglia. La luce soffusa delle applique a muro crea un'atmosfera di attesa e riservatezza, tipica della zona dedicata agli incontri privati prima della chiusura definitiva del 1958.La casa chiusa era, di fatto, uno dei pochi luoghi in cui classi sociali diverse si incrociavano nello stesso spazio, pur senza mescolarsi davvero: ognuno restava nel proprio ruolo, protetto dall’anonimato. Per molti uomini, soprattutto in un’Italia ancora profondamente cattolica e moralista, la casa di piacere rappresentava una sorta di “rito di passaggio”: il giovane di primo pelo accompagnato da amici più esperti, la “prima volta” vissuta non in una relazione affettiva, ma in un contesto regolato, quasi “istituzionale”, un’esperienza che veniva poi raccontata tra uomini, ma taciuta in famiglia. Questa dimensione iniziatica è spesso ricordata nei racconti orali e nella cultura popolare, tra nostalgia, ironia e imbarazzo.

Dietro la facciata regolata delle case di piacere, c’erano storie di donne spesso segnate da: povertà familiare, mancanza di lavoro, gravidanze fuori dal matrimonio, violenze o abusi e migrazioni interne (dal Sud alle grandi città). Molte entravano nelle case di tolleranza non per scelta libera, ma per necessità o costrizione. La regolamentazione sanitaria e di polizia non eliminava lo sfruttamento: lo rendeva solo più ordinato e invisibile.

Le donne delle case chiuse vivevano in una condizione di doppia esclusione: erano “tollerate” come lavoratrici del sesso, ma erano stigmatizzate come donne, escluse dalla rispettabilità sociale, dalla possibilità di un matrimonio “normale”, da una vita pubblica riconosciuta. Questo aspetto sarà centrale nelle battaglie di chi, come Lina Merlin, vedrà nelle case chiuse non una forma di tutela, ma una istituzionalizzazione dello sfruttamento.

Angelina “Lina” Merlin, senatrice socialista, è la figura chiave di questa storia. Nel 1948 presenta un disegno di legge per abolire la regolamentazione della prostituzione e chiudere le case di tolleranza. La sua proposta incontra: resistenze nel suo stesso partito, opposizione di parte della stampa, ostilità di chi vede nelle case chiuse un “male necessario” o addirittura un “servizio sociale” per gli uomini.

Nonostante ciò, Merlin porta avanti una battaglia lunga e tenace, fondata su due idee: la dignità delle donne non può essere oggetto di regolamentazione statale come se fossero “cose” e lo Stato non può organizzare e trarre beneficio da un sistema che, di fatto, legittima lo sfruttamento. Il 20 febbraio 1958 viene approvata la legge n. 75, nota come legge Merlin, dal titolo completo: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”.

La legge: abolisce le case di tolleranza, introduce i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione e vieta allo Stato di gestire o regolamentare luoghi destinati alla prostituzione.
È rimasto celebre l’annuncio del giornalista Ugo Zatterin, che al telegiornale RAI comunicò la chiusura delle case chiuse senza mai nominarle esplicitamente, per non urtare la sensibilità del pubblico dell’epoca.

In poche settimane, le case di piacere vengono chiuse in tutta Italia: le donne devono lasciare le strutture, le tenutarie perdono il loro “mestiere”, gli edifici cambiano destinazione o restano per un po’ sospesi, come gusci vuoti di un mondo appena scomparso. La chiusura delle case chiuse non elimina la prostituzione, che si sposta: in strada, in appartamenti privati, in forme più disperse e meno controllate.

Su questo punto, ancora oggi, il dibattito è aperto: c’è chi sostiene che la legge Merlin abbia liberato le donne da un sistema di sfruttamento istituzionalizzato, e chi ritiene che abbia semplicemente spostato il fenomeno in ambiti più pericolosi e meno tutelati.

Una fotografia storica che ritrae l'angolo di una stanza da ricevimento arredata in modo semplice ed essenziale. Si notano un piccolo tavolo in legno, una sedia spagliata e una tappezzeria leggermente usurata dal tempo. L'assenza di decorazioni sfarzose evidenzia il lato più umile e funzionale delle case di piacere meno lussuose, dove la routine quotidiana prevaleva sull'eleganza dei grandi saloni d'attesa.Le case di piacere sono diventate, col tempo, materiale narrativo: film che raccontano la vita nelle case chiuse, spesso con toni tra il comico e il malinconico, romanzi e racconti che ne descrivono l’atmosfera, i personaggi, le contraddizioni. Testimonianze di ex clienti, ex lavoratrici, vicini di casa.

In molti discorsi pubblici ricorre la frase: “Si stava meglio quando c’erano le case chiuse”, spesso pronunciata con una certa nostalgia, ma anche con una buona dose di rimozione rispetto alle condizioni reali delle donne che vi lavoravano.

La storia delle case di piacere mette a nudo un nodo che l’Italia non ha mai davvero sciolto: come conciliare libertà individuale, diritti delle donne, tutela della salute e realtà della prostituzione, come evitare che il corpo femminile diventi terreno di sfruttamento economico e, allo stesso tempo, oggetto di moralismo ipocrita La legge Merlin ha segnato una svolta storica e ha avuto un impatto profondo sulla società italiana, ma il dibattito su prostituzione, diritti, sicurezza e dignità è tutt’altro che chiuso.

Le case di piacere non sono state solo un luogo di sesso a pagamento: sono state uno specchio della società italiana per quasi un secolo. Dentro quelle stanze si incrociavano: il desiderio maschile e la povertà femminile, la voglia di trasgressione e la paura dello scandalo, il controllo dello Stato e l’ombra dello sfruttamento.

La loro scomparsa, nel 1958, non ha cancellato il fenomeno della prostituzione, ma ha cambiato il modo in cui il Paese lo guarda, lo nasconde, lo discute.

Foto ideate e ottimizzate in digitale.

Un approfondimento video esclusivo di Repubblica che, a distanza di sessant’anni dalla storica riforma, ripercorre le tappe legislative e umane della Legge Merlin. Attraverso immagini d’archivio inedite e interviste a storici e sociologi, il filmato analizza il celebre monito “La società deve andare oltre la norma”, esplorando come la chiusura delle case di tolleranza nel 1958 abbia cambiato per sempre il volto delle città italiane e il dibattito sui diritti e la moralità pubblica.

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Di Mario Bonesi

Mario Bonesi è fotografo e reporter, attivo nella documentazione di eventi culturali, concorsi e manifestazioni in Italia. Collabora con il team multimediale GidiferroTeam, realizzando riprese ufficiali e interviste che raccontano con professionalità e attenzione i protagonisti e le atmosfere delle serate.

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